Non temere mai di dire cose insensate. Ma ascoltale bene, mentre le dici

Ultima

Medito

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Il respiro di un istinto assopito. 

In bilico tra un sogno e un incubo, nel silenzio di un mondo dove il senso delle cose è irrilevante.

Ampi orizzonti. Nuvole di pioggia leggera. Palme dorate. 

Edifici in rovina ricoperti di foglie e rampicanti.

Nell’aria rumori di spade e ossa e sangue.

Sono già stato lì.

Un’esplosione nella mia testa. La carovana dei miei sbagli.

Perché sono tornato?  

Forse è il Karma.

O magari per me il Karma è soltanto una cazzata. Non lo so più.

Cosa avrei voluto?

Il tramonto riflesso sul mare. Foglie smosse dalla brezza. 

Avrei voluto dormire, dimenticare. Illuminare l’Oblio delle insicurezze.

Riaprire gli occhi con una donna e dei bambini che sorridono.

Ma chi sono io per meritare il paradiso?

Le cose che voglio: una sigaretta. Da bere e tante, tante munizioni.

Kip Up

Questo movimento relativamente semplice, eseguito in maniera un po’ goffa, si chiama “kip up”.
Perché proporlo in video se l’esecuzione lascia a desiderare?

“Train your english.”. Continuava a ripetermi l’interprete afghano mentre tentavamo di avere una conversazione decente.  Con dispiacere mi rendo conto di non ricordarne più il nome. Era una delle tante sere che precedevano una pattuglia, nel piccolo “tempio” improvvisato eravamo rimasti solo noi due. Lo vidi alzarsi da terra con una kip up e pensai che all’età di 29 anni, dopo un annetto di Kung fu in età adolescenziale e 4 anni di kajukembo, oltre a quelli passati in palestra, non avevo mai avuto modo di fare mia quella tecnica. Dopo un certo numero di tentativi falliti, forse un po’ scettico sulla possibilità di una mia riuscita disse “tomorrow. You are tired now”. E riprendemmo a (Non) parlare del più e del meno finché confidò che anni prima aveva famiglia e il suo mestiere era il meccanico. Poi, quando la moglie e la figlia morirono per mano dei talebani, lui scelse di combattere lavorando come interprete. Il perché decise di non imbracciare il fucile é questione politica. Ne parlò con gli occhi fissi su quel Tatami improvvisato. Fu un momento davvero triste. Improvvisamente quella tenda pneumatica divenne davvero un po’ sacra. Decisi di riprovare la kip up così, mentre lui tornò a boxare al sacco, io ripresi a fracassarmi i reni provando e riprovando, finché finalmente all’improvviso mi ritrovai in piedi.

Esultai, esclamando verso l’interprete “you are a good teacher!”. Rispose guardandomi un po’ incredulo “you are a great student!”. Decidemmo poco dopo di terminare l’allenamento. Ci salutammo con la promessa che l’indomani, dopo la pattuglia, ci saremmo rincontrati per allenarci ancora. Era il 5 marzo 2013. Chi avrebbe immaginato che un po’ di me non avrebbe fatto ritorno da quella pattuglia. Che avrebbe frantumato le mie ossa e il mio modo di vivere.

Ed ecco il perché la kip up in video ha un valore. Ci ho messo più di nove anni a riprovare, con tanti tanti muscoli in meno e il cuore con tanto peso in più. Non nascondo che non è esattamente un periodo idilliaco della mia vita e così eccomi intento a cercare di rimandare il funerale di una delle mie passioni più forti. Come sempre, stanco e a terra ma se non altro, adesso mi rialzo anche con la kip up….

Kreep

Fosforo, terre rare e Potassio.

È il materiale delle rocce lunari.

Il resto è un garbuglio di elementi tra i quali sembra vi sia anche acqua in qualche modo.

Causa campi magnetici, moto orbitale e quant’altro, da sempre influenza la vita della Terra e dell’uomo. Smuove maree, cambia gli umori, i raccolti, a volte eclissa perfino il sole. Ci sono pietre, ricordo il quarzo ialino ad esempio, che “caricate” alla luce Lunare pare abbiano effetti benefici sugli esseri viventi.

Ognuno di noi l’ha fotografata almeno una volta nella vita. Poemi, racconti, leggende, Divinitá attribuite a lei.

Arrivarci fu l’impresa di un secolo, il grande passo per l’umanità. Ancora oggi si gareggia per rimetterci piede. Altri dicono che in realtá non ci siamo mai stati.

Eppure, non fosse per ciò che l’universo le smuove attorno, altro non sarebbe che un sassolino tra tanti.

Non per sminuire certo la luna. Solo stasera mi viene così…

Solo per ricordare che tutto ha un valore anche per ciò che lo circonda.

Soprattutto tutto vale finché gli dai un valore.

UH

“infilarti le piume nel culo non fará di te una gallina.”

Diceva Tyler Darden in Fight Club.

È proprio vero. Ci sono persone adatte a fare cose. Altre no, sono adatte a farne altre.

E poi ci sono quelle persone apparentemente adatte a tutto, ma non perchè siano capaci di fare qualsiasi cosa, anzi, io a volte mi sento tra queste eppure di me ho sempre detto “un po’ di tutto e tutto di niente.”.

Il trucco non è nel termine “fare”, ma nella parola “adatto”.

Il sacrificio è una cosa che mi riesce molto bene. Troppo.

Lo spirito di adattamento con cui milioni di persone salvano la propria vita o quantomeno la migliorano, è in realtá un’arma a doppio taglio per chi non sta vivendo guerre o carestie o apocalissi. Per il semplice fatto che nella vita di tutti i giorni si finisce col tenere duro se è dura, stringere la cinghia se è magra, portare pazienza se è insopportabile, ecc.. ecc..

Sapiens sapiens

Buonanotte a questa porzione di mondo cullata dal mare.

Le sue luci si spengono, si accendono le nostre.

Chissá cosa avrei pensato se avessi vissuto su questa terra un po’ di migliaia di anni prima.

Avrei ringraziato il mio Dio dal nome esotico per questo giorno e avrei dormito profondamente su un letto di foglie? O magari un albero, per paura delle belve che cacciano di notte?

Sicuramente avrei acceso un fuoco. Non doveva essere cosa facile all’epoca ma con un po’ di pratica…

Chissà.

Invece ho preso queste vecchie foto e le ho editate su smartphone con una app, solo perché le striature del cielo hanno dato al tramonto la forma di un occhio.

Quanto mi sono rincoglionito, in così pochi millenni.

La vita in RAW

Questa immagine (non) mostra la mia città natale, Salerno.

La pioggia cadde torrenziale a metá mattina, poco dopo questo scatto che in origine era molto piú luminoso. Le case ben visibili, il mare molto piú chiaro, le nubi scure appena accennate in contrasto a quelle bianche.

Tornato a casa scelsi di elaborare il file RAW semplicemente riducendo la luminosità, sacrificando la città a vantaggio del cielo.
Il motivo della scelta é il fatto che questa foto rappresenta l’ennesima delle lezioni che ho ricevuto dalla vita, oltre che dalla fotografia.

Se guardi bene, se cambi il tuo punto di vista, se osservi tutto il contesto e non il solo soggetto, se non ti limiti impostando i sensori perché mostrino ciò che vorresti vedere, forse capiresti molto prima che un temporale sta per abbattersi su di te.

Tutto al 50%

Come un mimo nei guai.

Davanti ai sorrisi dei passanti un po’ è contento ma,

proprio non può togliersi dalla mente il suo problema.

Anche volendo non può mostrare stati d’animo per il ruolo che ricopre.

Dei periodi bui odio,

piú della causa,

piú dei pensieri nella testa che non riesci a mandare via,

le emozioni a metá.

Mai ricolmo, mai svuotato.

Cluster

A terra.

Un brivido di freddo, la vertigine di una caduta che sembrava interminabile. Poi un tonfo sordo, rumore di ossa rotte che rimbalzano. Dolore. Silenzio.

Era andata cosí.

Non sapeva da quanto tempo fosse lí, sdraiato a pancia in giú. L’occhio sinistro, socchiuso, aveva la vista velata dal rosso di un rivolo di sangue che doveva partire dalla testa. Il respiro era riempito dell’odore di polvere e gasolio.

Il dolore era forte dappertutto. Non fosse per il fatto che il braccio giaceva nel suo campo visivo , non avrebbe scommesso che la mano sarebbe stata ancora lí attaccata. Nonostante ció, sentiva ogni fibra rilassarsi, come si arrendessero una ad una alla soliditá dell’asfalto. Una parte di se trovava pacifica quella condizione. Solo, protetto da una coltre di fumo che diradava lentamente.

É cosí dunque? Mentre si muore? Si chiese. Non avrebbe mai creduto di cavarsela cosí facilmente.

Sarebbe rimasto lí ancora un po’. Solo un po’, prima di lasciarsi andare.

Si rese conto di aver perso ogni arma, anche la fondina cosciale giaceva vuota e a pezzi. Sbatté le palpebre per mettere a fuoco. All’orizzonte d’asfalto che aveva davanti riconobbe munizioni, rottami e pietre. Fu pervaso da una sensazione di fallimento, dalle sue paure. Tornarono alla mente i suoi cocci da raccattare, le cose da fare. Mezza vita lasciata in sospeso.

É cosí che era andata. Semplicemente non puoi schiattare in pace, se ci pensi troppo su.

Amarezza e rabbia ribollivano con sangue e gasolio, tra ossa rotte e dolore, quando i detriti scricchiolarono sotto i gomiti e le ginocchia, mentre a fatica sollevó il suo peso.

Come mio padre. (E mia madre).

La prima volta che ho dato un bacio a mio figlio erano trascorsi giá tre mesi dalla sua nascita. Non perchè non volessi. Solo il timore dei batteri e del mio alito da fumatore. Eravamo in un pronto soccorso pediatrico. Soli, in una saletta dopo esser stati dimessi con uno “state tranquilli”. Io, convinto di aver visto qualcosa di diverso, spaventato a morte. Sorrideva tra le mie mani con le gambe penzoloni. “Ti voglio bene”. Dissi soffocando.

É l’architrave. É il punto debole che Dio e la natura hanno programmato in ogni uomo.

La paura più grande, la tortura più dolorosa, il blackout di ogni meccanismo di autorassicurazione.

Forse prima o poi arriva per ogni uomo. Il momento in cui con gli occhi lucidi e la testa nascosta dalle spalle contratte, chino coi pugni stretti a una ringhiera mentre il vento consuma l’ennesima sigaretta accesa meccanicamente, capisce che qualunque cosa abbia passato, abbia vissuto, combattuto e magari anche sconfitto, nulla é paragonabile alla lotta con l’angoscia per i propri figli.

In quel momento ho pensato che anch’io a suo tempo devo aver quasi ucciso mio padre. E mia madre.

É una situazione da capire e risolvere mentre si lotta contro tutti i demoni dell’inferno che porti dentro. Una guerra tra responsabilità e decisioni e conseguenze. Corri resistendo a questa ansia che ti abbatte e più comprendi cosa fare meno vorresti fare. Meno sai più hai paura di sapere. Ma continui a correre.

Nel frattempo non vuoi altro che queste pugnalate al cuore. Solo stare lì. In quegli occhi su quel sorriso. E il tuo autunno dentro.

Tante voci intorno. Teorie. Pareri. Discorsi.

Ma per te stavolta una sola semplice parola. Implacabile ordine che parte dalla mente e pulsa in ogni fibra.

Devo. Devo. Devo.

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The Waste Land – terzo millennio d.C., Stimati, piaciuti e taggati.

«Dove dobbiamo andare. Noi che siamo costretti a vagare per queste lande desolate alla ricerca della nostra parte migliore?»

Va’. Dove puoi dire mille cose in mille modi, con pochi o senza verbo alcuno. Cerca. La perfezione della tua immagine allo specchio di ogni cesso. Scrivi. La frase che dice tutto e nulla dice. Colpisci senza colpire, convinci senza argomenti. Sii amico di chi risponde quello che vuoi sentirti dire e fai altrettanto.

Trova te stesso dove sguardi profondi su bocche levigate di sensuali pagliacci si affannano a raccattare e rilanciare in aria quattro soldi in modo che sembrino piovere. Dove si Lucidano portoni in oro di vecchie baracche. Naviga tra condivisori di idee che attuate cambierebbero il mondo. Tra eroi di poemi che non appartengono loro.

Scava

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Respirava quella notte in cui il deserto non avrebbe perdonato.

Le dune sembravano sempre più vicine, come gli si stringessero intorno, raccogliendosi come spire di un infinito serpente.

Volse lo sguardo sulle lingue di luce della fiaccola.

Il conforto della luna era offuscato dalle nuvole. Lasciava appena intravvedere l’irraggiungibile orizzonte del suo cammino che, passo dopo passo, rischiava di non avere mai fine.

Stanco, tormentato, arrabbiato, frustrato.

Aveva davvero creduto che l’esplosione di quella tempesta di sabbia e polvere fosse passata, spazzando via e seppellendo ogni minaccia, ogni tormento. Lasciandolo a terra sanguinante in attesa del colpo di grazia, per poi averlo miracolosamente risparmiato.

Ma chi l’avrebbe mai detto, si chiese,

che una volta diradatasi avrebbe lasciato lì conficcata quella pala,

dritta ad enunciare l’inequivocabile ordine di scavare?

Bevve un sorso d’acqua dalla borraccia, sollievo dalla sensazione che il deserto fosse ormai anche dentro di lui.

Un piccolo cerotto, per una larga e profonda ferita infetta.

Era troppo. Anche per un incubo.

Sperare nella realtà,

in quella parte un pò misteriosa del cervello che creava i suoi frenetici sogni

mentre fuori era immobile chissá dove, era l’unica via d’uscita.

E presto, si disse, scavando avrebbe trovato un grande regalo,

magari la macchina del tempo che aveva sempre desiderato, con libretto d’istruzioni incluso. E sarebbe andato via da lì.

O forse no. Forse Per quanto potesse

sentire quel furore strisciare sotto la pelle bruciandolo da dentro, intorno a lui nulla appariva. Nulla cambiava.

Forse in quel nuovo capitolo della sua esistenza era destinato a urlare all’infinito. Condannato a spaccarsi le ossa picchiando disperatamente la sabbia inerte di quel deserto.

Ció che piú temeva era la maledetta consapevolezza che non avrebbe trovato sangue sulle sue mani, al mattino.

Forse lo stesso silenzio di quella notte.

E d’avanti allo specchio, a parte le sue nuove cicatrici, una strano riflesso di se, con una piccola luce simile alla fiamma di una fiaccola lontana…

Lontano

in fondo agli occhi.

Anni fà un “vecchio”…

Con la coda dell’occhio guardai nella sua direzione. Spavaldo giovane ventenne sospirai rassegnato alla predica e al racconto di vita che avrei ascoltato, ma solamente per il dovuto rispetto all’età. Una leggerezza che oggi, con quindici anni in più, non commetterei.

Sollevò la mano in segno di saluto, con quel gilet sembrava il nonno di Chaplin. Risposi con un cenno del capo voltandomi verso di lui. Non avevo alcuna voglia di chiacchierare. Era domenica, stavo lavorando, faceva caldo e le orecchie ronzavano per il sonno, per la musica e i cocktail della notte precedente.

“Buongiorno”.
“Buongiorno”.

Puntato. Il vecchio scheletro aveva camminato dritto nella mia direzione, con passo affaticato ma sicuro. I capelli completamente bianchi sembravano di zucchero filato, arruffati verso l’alto in maniera buffa, intenerivano il volto solcato da severe rughe.

“Eh… quanti ricordi, blablabla blabla…”

Partito in quarta.

Questo signore, reduce della seconda guerra mondiale, aveva vissuto appieno l’esperienza del conflitto. Catturato in Russia, era stato prigioniero per quattro lunghi anni per poi fare ritorno in Italia praticamente a piedi. Si, a piedi. Immaginate? Senza nient’altro che i vestiti che indossava. Ovviamente impiegò settimane, settimane di avventure non meno incredibili della guerra stessa. Per poi tornare finalmente a casa e scoprire che di ciò che aveva lasciato, non era rimasto quasi nulla.

Ho raccontato in breve. Ma ero davvero colpito.

Improvvisamente si fermò, con lo sguardo perso al di là di me e probabilmente anche al di là del palazzo che avevo alle spalle. Pensai che il suo ricordare l’avesse condotto momentaneamente al di là di qualunque cosa. Poi, semplicemente tornò da me, come gli fosse balenata l’idea che questo pivello non stesse ascoltando e disse:

“dura la domenica al lavoro, eh?”.

Inebetito risposi:

“eh già. Specialmente dopo una notte sveglio”.
Sorrise, cenno col capo come per dire “Ah, davvero?”. Il suo sguardo incassato tra le rughe e le sopracciglia bianche e folte divenne improvvisamente profondo e intenso. Luminoso di consapevolezza. Mi fece pensare a mio nonno quando da bambino mi spiegò che lo stelo della pianta giusta infilato in bocca non è un atteggiamento da campagnolo ma serve ad attenuare la sete.

Disse che a noi giovani piace star svegli piú di quanto possiamo permetterci e proseguì in dialetto Veneto. (mi scuso per gli errori con eventuali lettori veneti ma io provengo da terre lontane…)

“Non far il mona…”. Un modo colorito per dire di non essere sciocco.

“La fémena, te gà guardarla el dì. Al sól!” .

La donna devi guardarla il giorno. Alla luce del sole.

Signori…

Inchiniamoci alla vecchia scuola…

Pro Forma

L’edificio sembra un manicomio dismesso. Uno di quei quadri psicotici che raffigurano palazzi stretti alla base e che si allargano man mano fino alla sommità. Cammino. Oggi Roma è un forno, un forno ventilato ma pur sempre un forno. Ho persino paura di rovinare la cartella clinica che porto con me con il sudore delle mani.  E’ il terzo colloquio, probabilmente l’ultimo. Non sono preoccupato anche se sarà con un medico che non ho mai visto, ma se c’è una cosa che non mi piace è il dover assistere alla valutazione della mia salute mentale da parte di qualcuno che non mi conosce per niente e per di più col filtro del fatto che, se sono quì, un motivo dovrà pur esserci.

Rispondo al ragazzo con gli occhiali design moderno e la scodella in testa: “No. Non ho un appuntamento. Mi hanno mandato quì perchè la prassi lo prevede. Lo prevede come al solito, eppure, ogni volta cascano tutti dalle nuvole e mi tocca fare questo discorso.”.

“E vabbè ma sse sà che cc’è llo stress postetraumateco….”.  Dice il lottatore di sumo coi capelli ricci seduto alla scrivania in fondo alla stanza, tenendo lo sguardo basso.

Ecco… Alla fine di oggi sarò un pazzo da post-trauma semplicemente perchè il fatto di essere trattato come una palla pazza da un’assistente cicciona e pignola che s’improvvisa psicologa e dalla versione intellettuale di Nino D’angelo mi fà incazzare.

“Attenda fori và… Che ggliè chiamo er medico e vediamo de farlà visità.”.

Mi siedo sulle panche, entrando ufficialmente a fare parte del club “Devofareunavisitapsichiatricacometuttivoimainrealtànonneavreibisogno” e aspetto. Aspetto…

Aspetto…

Aspetto.

Generalmente nelle sale d’attesa si finisce sempre col parlare con qualcuno, crogiolarsi ognuno nella propria situazione condividendola. Quì No. Sembra che nessuno abbia voglia di raccontare il motivo per il quale uno strizzacervelli li attende dietro quella porta. Almeno parliamo del caldo che fà oggi a Roma. Niente. Per far scorrere il tempo mi distraggo osservando un dipinto che raffigura un uomo in poltrona con un’espressione di dolore mescolato a tristezza, martoriato da impressionanti folletti malefici che impugnano ognuno uno strumento. Chi un martello, chi un trapano… Alla base del quadro c’è scritto: CEFALEE.

Finalmente è il mio turno in lavatrice. Spero in un lavaggio breve. La cosa migliore da fare quando qualcuno è intento a decidere se hai qualche problema o no, è non cercare di essere uno che non ha problemi quindi sulla base di questo concetto controllo semplicemente la compostezza e il rilassamento della mia postura ed apro la mia mente al dialogo. “L’arte di combattere senza combattere”. Bruce Lee. IO TI ADORO.

“Allora… Come và?”

“Bene, grazie”

“Raccontami cosa è successo.”

“BLABLABLA BLA BLA E POI BLA.”

“Quando si vive un evento straordinario come quello che ha vissuto lei, non dobbiamo meravigliarci se reagiamo in modo straordinario… Diversamente se io dovessi esser tamponato in macchina e per reazione scendessi col crick in mano con l’intenzione di spaccare la testa all’altro, avrei una reazione esagerata. Io tendo a preoccuparmi quando mi trovo di fronte una persona che ha vissuto un evento straordinario e reagisce in modo che sembri che nulla sia accaduto.”.

Credo di non aver mai categorizzato nessun avvenimento della mia vita come “straordinario”, a parte il sesso sfrenato da lucido.  Immagino che debbano sentirsi reduci da un evento straordinario quelli che vengono intervistati dopo essere stati rilasciati dagli alieni che li hanno rapiti, o chi festeggia le “nozze d’oro”. Chi sopravvive dopo aver chiesto un “Kebab-con-tutto”… E allora rispondo.

“Beh, credo che i problemi siano fatti per essere risolti, quando si ha la possibilità. Credo nell’elaborazione dei fatti al fine di trovare ragioni e credo nella diversità delle reazioni a seconda dell’individuo.”.

“Giusto. Ma potrai dire di essere davvero guarito quando sarai di nuovo lì dov’eri e riuscirai a gestirla.”

Se avessi i miei folletti personali come il tizio del quadro quì fuori credo che ora starebbero gridando “fanculo!” all’unisono. Ma devo dire che dentro di me una certa voglia di sfida s’insinua allettandomi pericolosamente.
In ogni caso la mia pratica è conclusa. In ogni caso sono ufficialmente sano di mente (quando lo dirò a mamma e papà e agli amici sai le risate…).

In ogni caso touché. Complimenti Doc… Giusto in mezzo agli occhi.

psikiatria

Il sorriso di vetro

L’asfalto scorre come inghiottito dal cofano. Metro dopo metro. L’aria diviene improvvisamente più calda e pesante mentre abbandono l’autostrada e vengo a mia volta inghiottito dalla cittá, sulla strada che costeggia il mare. É calmo e piatto. É nero più del cielo in questa sera d’estate.
Guardo distrattamente i passanti, ascolto la movida coi suoi tacchi alti. Mi sento come se provenissi da molto lontano e non mi meraviglia che non sia una sensazione così estranea.

Sento il vuoto del sedile di fianco.
Una vita incrociata alla mia per godere e ridere o in alcuni casi storcere il naso per tutto questo. Una cosa dimostratasi pericolosa negli ultimi tempi. Oppure una persona x godere e ridere e basta, con una vita che con la mia non si mescolerá mai.
Raccolgo il cellulare e scrivo messaggi in amichevoli botta e risposta. Dico che ci vedremo presto. Che sará divertente come l’ultima volta. È bello condividere. È bello fare star bene e sentirsi bene.
Sorridi alla vita ed ella ti sorriderá di rimando. Dicono i saggi. Tutto scorrerá fluido e potente come solo le emozioni piacevoli possono. Attento solo che il tuo sorriso non sia un sorriso di vetro. Che non vada in pezzi quando resti solo con te stesso, frammentato dall’inadeguatezza di chi arriva per la prima volta da molto lontano.

Digressione

Come sempre… ma, però, tuttavia, a patto che… così imparo… perchè sono un coglione.

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Una sera del 2012, scrivevo a bordo di un autobus diretto in Francia.

Se decidi di uscire dalla tua vita per andare in cerca di guai, devi prima assicurarti di non farlo lasciandone altri irrisolti.

In caso contrario sei già un uomo morto.

È stato un po’ un monito per me.

Una specie di mantra d’avvertimento. Un po’ come tuffarsi in acqua col salvagente…

Ma è storia vecchia ormai che io seguo raramente i consigli, esatto… anche se sono i miei.

Il fiato diventa sempre più corto man mano che il tempo passa e io sono afflitto da quel senso di vuoto e voglia di cambiare che porto sulla spalla come un fastidioso pappagallo.

So già quanto mi costerà questo nuovo capitolo. Elementare. O forse chissà, stavolta sono perfino troppo ottimista.

In balia di ruote e caselli e biglietti e binari e ore ed ore di immagini attraverso finestrini e gallerie. Pensieri. Segreti. Baci amari, notti tiepide, cose non dette… a sorbirmi le ragioni del cuore e della mente in un gioco perverso di lotte tra passioni interiori.

Il rischio è che “cambia cambia” restiamo sempre uguali.

Immutati, bloccati in emozioni tossiche.

Forse dovrei lasciar fare agli altri. Lasciarmi annegare tra chiacchiere e progetti e poi stare a guardare mentre cullano il mio corpo senz’anima, riempito d’amore, ipocrisie e catene.

Forse non sono la persona giusta per decidere cosa è meglio per me…

O forse dovrei imparare a decidere…

A te, mio miglior nemico.

Voglio guardarti bene in faccia. sentire la voglia che hai di distruggermi.

Voglio che tu legga paura nei miei occhi e voglio vedere il piacere che provi mentre barcollo e sanguino.

Poi ti farò a pezzi.

Legame



  Ecco un bel posto per una pippa mentale.

Più vecchio è il luogo e più sono le cose che ha voglia di raccontare…


Vecchi utensili impolverati che dondolano, mossi dal vento che sà di terra.

 

Ero uno di quei bambini che si tagliavano spesso con chiodi sporgenti e lamiere.
Uno a zero per l’antitetanica.


Beh, visto che ho fatto il richiamo…




E ad ogni graffio, penso al motivo per il quale un chiodo sporge proprio da lì.

A chi avrà lasciato cadere quei guanti…


 


  Penso quale sia la parte mancante che un tempo dava scopo, a quel chiodo..


Al significato di un legame tra due cose. 

 

Lo scopo di una prova di resistenza al tempo.

Ciclicamente verso l’eterno.

Contro ruggine, polvere, fango.


E quel piccolo pezzo rimasto lì, ostinatamente attaccato.

Malinconica testimonianza di un legame che non c’è più.

L’avevo detto che era perfetto per una pippa mentale…


 

___Scarabocchio nel vuoto_____

Sta lì. In piedi. Disegna nel vuoto.

Un cerchio imperfetto. Un anello mancante.

Come quando la prova del nove dà un risultato diverso.

Quand’è così però lo sa, c’è poco da pensare.

Bisogna rifare i conti…

Ma pensa che diversamente per le parole spesso non esiste scarabocchio che le cancelli.

È vero, volano, ma restano lì. Fluttuano più che altro. E ripiovono persistenti. Odiose.

Aspetta un treno ma ritarda, ritarda…

L’unica cosa a renderlo reale ormai è solo l’annuncio del ritardo.

Parole senza tono,  senza peso. Una voce piatta.

Presto il treno diventa relativo e pensa solo alla sua destinazione, sempre più lontana…

E a quella voce che a suo orecchio dice

“Non ancora, ancora no”.

Crudele. Non sa quanto è importante quel treno.

___Scelta__

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L’auto è calda, il vento accompagna l’apertura dello sportello.

L’odore della pioggia esala dalla ghiaia che scricchiola sotto le scarpe.

La montagna è vicina, la sua grande figura mi copre le spalle mentre guardo la città

piccola e fragile con il suo luccichio notturno.

Luna domina tra nuvole trasparenti, riflette leggera sulla pelle della giacca.

E’ bellissima. Eppure a volte la odio per come mi sento guardandola.

Respiro.

Ciò che cerchiamo più di evitare è l’inevitabile. Il timore che ne abbiamo ci fa fuggire da ogni rischio. Blocca le nostre emozioni.

Ma è un gioco a perdere e quando alla fine lo si affronta il tempo diventa davvero relativo.

Di fronte all’inevitabile il tempo si ferma e la vita passa davanti come la parete di una galleria vista da un treno in corsa.

Con tutte le sue cicatrici.

Ed ogni volta è come morire e rinascere di nuovo.

Un risveglio accecante come i faretti di una sala operatoria.

Amaro come catrame e tabacco.

Angoscioso come un addio titubante.

La scelta… “Una creatura grottesca, che apre gli occhi nell’oscurità della tua mente”

Desiderio

A parte quei rari momenti in cui la mente fluttuava in un paesaggio, pensiero o semplicemente tra il fumo di una sigaretta…

Il costante bisogno di desiderare…

Avevo capito che non era importante ottenere, ma desiderare.

Assaporare la sensazione di prepararsi a combattere per raggiungere un traguardo.

Il più lentamente possibile.

Desiderio.

La parola d’ordine per entrare all’Inferno. Paradiso dei sensi.

 

Play

“in un incubo, tutte le scelte che si fanno sono sbagliate.
Quando ti svegli hai una visione confusa del mondo. Quello che era logico nel
sogno diventa insensato. Nessun salvataggio surreale. Nessuna via magica
d’uscita. Ma sei veglio.”

MAX PAYNE il gioco

 

__L’Identità__

Tra quello che credo di essere e quello che la gente crede
che sia, come Fiume che proviene da più fonti.

Chi siamo?

La somma dei risultati che riusciamo ad ottenere
per noi stessi, rapportata a quello che significhiamo per gli altri.

Cattività

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Un incubo che continuerà a svolgersi finché riaprirai gli occhi,
e penserai a quanto sia stato terribile.

La verità è che non conta essere leone o agnello. Quando la
trappola scatta si è comunque prigionieri.

Le braccia protese per sfiorare la libertà al di là delle sbarre, dure e gelide contro le tempie.

Non tornerò libero.

Come gli occhi feroci del leone selvaggio portato via dalla savana si spengono col tempo. rinchiuso in gabbia. senza scopo,
senza vita.

Niente più campi su cui correre.

Nessuna emozione.

Nessuno da combattere.

Niente di niente.

Solo un giaciglio su cui pensare e un angolo in cui cagare.

Come gli occhi feroci del leone selvaggio portato via dalla savana si spengono col tempo.

Duecento chili di furia assassina.

Duecento chili di carne muscoli ed ossa senza traccia d’anima.

Desiderio e disprezzo. Amore e Odio.

Non conta essere leone o agnello.

Si pecca comunque di prepotenza o sudditanza.

Casa

Accade qualcosa quando stai lasciando il posto che chiami
casa. Indipendentemente da quanto spesso si verifichi.

 La valigia prende volume
lentamente, la stanza riprende contorni e forme che ricordano il passato, le
luci appaiono improvvisamente soffuse, il pelo del gatto malefico, più affettuoso del
solito, scorre liscio e morbido al tatto.

È una notte bluastra e piove leggermente. Il rumore dell’apertura
automatica del bagagliaio. Una volta chiuso alzi lo sguardo al di sopra del tetto dell’auto
accorgendoti che a casa l’asfalto bagnato ha un odore diverso, l’aria una
leggerezza differente. Il cielo ha colori d’intensità forse introvabili altrove
e le forme delle nuvole meno astratte.
Tutto è familiare, un pò tuo.

Il buio, le ombre proiettate da lampioni
seminascosti dalle fronde degli alberi.

Solo a casa è dove il cuore riposa…

Non ricordo dove ho sentito questa frase.




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ᏣᎤᎡᎡI

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“Nel sogno correvo
su tetti umidi di pioggia, in una notte che
sembrava una porta spalancata.

Saltavo e cadevo
morbidamente più in basso, solleticato dal vertiginoso scorrere di pareti e finestre. Ancora.

Mi fermai, col fiato corto
e la gola secca. Gli occhi fissi sull’asfalto nero illuminato da

un
lampione. Il leggero brivido del vento che attraversava il colletto
sudato.

“Chiudi gli occhi
e guarda l’oscurità che hai dentro”.

Solo, in un silenzio che
ripeteva all’infinito:  “Corri”

Cosí andai via, da quel
momento senza luogo, senza tempo. Salií in macchina,

ascoltai il rumore del sangue scorrere nelle vene col sottofondo del
motore.

E pensai a progetti e
speranze e timori e delusioni e sacrifici.

Ai bivi dai quali non
sarei passato mai più.

Non vedevo una notte cupa
da trascorrere aspettando un giorno migliore.

Nel sogno la parte di me
che non avevo ascoltato sedeva comoda sul sedile posteriore,

rideva di gusto e senza
alcun riguardo.

Nel sogno tutte le domande che avevo smesso di pormi
stavano fissandomi severe dal profondo delle pupille riflesse dal
retrovisore. Avevano aggiunto al primo
punto interrogativo un bel

“e adesso?”.

Nel sogno avevo dolore
agli occhi. Nel sogno risuonava quella risata.

Continuai a guidare.”

….

“non c’era scelta, niente, una linea dritta.

L’illusione arriva in seguito. Quando ti chiedi “perché io?” , “e se magari?”.

Quando ti guardi alle spalle vedi dei rami. Come un bonsai sfrondato o un fulmine biforcuto.

Se avessi fatto una scelta diversa non saresti lo stesso tu, sarebbe qualcun altro a guardarsi indietro e a porsi domande di tutt’altro tipo.”

Bella…

“Forse allo scopo di rendere il mondo sopportabile, esistono nella vita degli esseri umani alcuni rarissimi momenti in cui ci si sente trascinati e realizzati, allo stesso tempo ricolmi e svuotati, in uno stato prossimo alla trance, immersi in una pace che nulla sembra poter turbare.”

 

È lo stato d’animo che certi pensatori, molto tempo addietro, definirono come giardino dell’Eden.

Quello stesso stato d’animo che altri rievocarono per comprendere l’eternità sotto il nome di paradiso.

 

                                                                                  Maxime Chattam 

L’anima Del Male
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La sensibilità è un dono prezioso e raro. Chi è sensibile sente il doppio e in anticipo, sente la pioggia prima ancora che gli cada addosso e sente le urla di chi piange in silenzio, chi è sensibile non ha bisogno di spiegazioni inutili, preferisce un abbraccio muto.

"Tutta la sua vita in una riga."

Quello che non ho è il dono della sintesi. La frase, tratta da uno dei miei libri preferiti "Tatiana & Alexander" di Paulina Simons autrice de "Il Cavaliere d'Inverno", non ha molto senso, ma rispecchia ciò che sono: un controsenso nato!

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